A MIO PADRE - Visita studio a LA CANTINA LEVANTESE

AIS LA SPEZIA

Colli di Luni, 5 Terre, Colline di Levanto. Tre Doc che esprimono l'unicità del nostro territorio, tra mare e collina.

venerdì 22 novembre

Federica Calzolari

“A mio Padre. 
In uno degli infiniti mondi paralleli, prima o poi ci ritroveremo.” 

È scritto insieme ad un cuore rosso su una piastrella dipinta a mano, fissata su un palo di legno che regge il cancello del primo vigneto che raggiungiamo, uno dei due appezzamenti della Costa di Brazzo, di proprietà della Cantina Levantese. Ce ne sono altre, di mattonelle, “bosco”, “albarola”, “vermentino”, “sangiovese”…, a indicare il vitigno del filare, stesso sfondo bianco e stessi caratteri neri, ma quella è un po’ speciale e dice tanto, anche ciò che non è scritto…
Parla di un amore filiale sconfinato, dice di quanto il papà sia ancora presente in quel vigneto che aveva reimpiantato nel 2003, evoca l’incontro con una donna di grande dolcezza e di straordinaria semplicità. Sì, perché Manuela Bertolotto, una delle tre figlie di Mario, dopo la prematura scomparsa del padre nel 2015, è diventata la titolare dell’Azienda, coadiuvata dalle sorelle Romina e Fiorella. “Ma non ci aveva spiegato niente! Anche se fin da bambine abbiamo respirato l’odore del mosto, tutt’al più davamo una mano a imbottigliare o a preparare i cartoni da vendere…”.
Nel vigneto inerbito spontaneamente, che dall’unica fila di viti di sangiovese, prospiciente la carrozzabile, sale a gradoni verso il bosco fino a 350 m s.l.m., sono allineati i filari che danno l’uva per il “Costa di Brazzo”; un solo sfalcio a luglio e poi si lascia che l’erba entri in competizione con la vite. “Non la tagliamo mai prima della vendemmia. Questa è stata un’annata umida e abbiamo raccolto l’uva con l’erba alta: avevo paura di perdere le mie bambine!”  
Le prime tinte autunnali colorano anche le foglie del vigneto più sopra, un pianoro a 415 m s.l.m. dove Mario ha piantato cabernet, syrah e merlot: l’anno prima di trasformare le pergole della Costa di Brazzo in un impianto a spalliera “mio papà aveva fatto un viaggio in Francia e si era innamorato del taglio bordolese… Poi ci era tornato… e ora abbiamo l’Etichetta Nera Rosso, un blend di uve bordolesi, con l’aggiunta di sangiovese, che fa barrique…”
Manuela ci parla dei suoi inizi come agronoma, di come Angelo, il grande amico del babbo, la stia aiutando nella stimolante impresa di portare avanti l’azienda, costruita dal padre e dalla madre Santina nel lontano 1986, partendo da zero; ci racconta dell’anno scorso, quando lui, per darle fiducia, non aveva voluto essere presente alla “prova d’esame”, la potatura di cinque filari del vigneto in cui ci troviamo e della soddisfazione di vedere poi l’uva maturare. Nonostante una terribile grandinata!
Con una spontaneità contagiosa ed un’umiltà disarmante, ci racconta di quella volta, il giorno prima dell’ultima vendemmia, in cui era andata in vigna a misurare il grado di maturazione dell'uva, speranzosa in una buona raccolta, e poi di quanto era rimasta delusa perché il mostimetro aveva previsto un grado alcolico finale di soli 12 gradi… “Avevo preso l’uva vermentino meno dorata…” conclude ironica, sdrammatizzando.
E di come, alla richiesta dell’Ais La Spezia di effettuare una visita-studio nella sua azienda, sia stata presa dal timore di non essere all’altezza, perché gli altri produttori hanno più cose da raccontare… Però Manuela, insieme a Romina che è qui con noi (“lei è sempre stata presente. Più di me.”), si è rimboccata le maniche e passo dopo passo ha dato continuità al sogno del padre; da sempre cultrice del buon vino, ha orgogliosamente intascato un diploma da sommelier e guida La Cantina Levantese con entusiasmo, tenacia e desiderio di apprendere tutte le pratiche enoagronomiche necessarie. 
Proviene da una famiglia di viticoltori e neanche per un attimo ha pensato di mollare: è una sfida… E poi ha un compito da assolvere!
I nonni materni sono nativi di Montaretto, una località posta tra Bonassola e Framura; lì producevano vino. Le vigne, dislocate in poco meno di un ettaro, oggi hanno cinquant’anni e le loro uve, quelle dei cugini e quelle conferite da Levanto dagli amici del padre, oltre a quelle di Brazzo (1 ha), costituiscono la base ampelografica della produzione a denominazione di origine. Inoltre parte del vermentino usato in uvaggio per il Bianco viene da Framura. 20.000 bottiglie nelle annate perfette. 
Manuela collabora con i suoi conferitori, di cui parla con una stima che trapela affetto…



Eccoci ora in cantina. 
“Questo, alla fine, è il nostro regno. È stata aperta da mio nonno e da mio papà nell’86. Le gioie e i dolori sono passati di qua. È stata la quarta figlia di mio padre e per noi è la sorella. Te ne devi prendere cura… Qui si sente la sua presenza; a volte è il luogo dove trovare conforto quando ti viene la malinconia…” ci dice Manuela con una tenerezza spiazzante.
E poi riparte, immediata ed empatica com’è, a parlare dell’emozione che la prende davanti alla botte dove matura il “Costa di Brazzo 2019”, un moto che la spinge a cantare, così come cantava in vigna quando lavorava per avere un frutto sano e maturo. Tutte le notti che non ha dormito forse saranno ripagate da un vino ben fatto. Il suo vero primo vino…
“Qual è il vino nel quale vi riconoscete di più?” domanda qualcuno.
“Il nostro cavallo di battaglia è il Costa du Muntetu”, risponde Romina. ”Purtroppo, dopo dodici anni di etichetta “Costa di Montaretto” ci hanno obbligato a cambiare nome: il disciplinare non prevede sottozone… In dialetto invece è consentito”. 
È il vino degli esordi, quando la Doc non era ancora nata; si chiamava Vermentino di Levanto. Premio Douja d’Or 2007-2010-2011, Manuela racconta che nel 2012 non aveva vinto. Deluso ed amareggiato, il padre pensava che non gli sarebbe più stata assegnata la “Medaglia d’oro” e che sotto sotto ci fosse un qualche disegno poco chiaro. All’ospedale chiedeva se fossero arrivate notizie e se la prendeva col mondo intero. La lettera che annunciava la vincita del premio al Costa di Montaretto è arrivata dopo la sua morte, il giorno stesso del suo funerale.
Adesso è il momento degli assaggi. Romina se ne sta un po’ in disparte: sono solo quattro anni che degusta vino… A piccole dosi… Non le è mai piaciuto…
Si parte con il Colline di Levanto Bianco 2018, 50% vermentino, più albarola e bosco. È il Levanto base, nato subito dopo la nascita della Doc. Vinificato in bianco: pressatura soffice e mosto fiore direttamente in vasca d’acciaio. Vivido giallo paglierino, ha sentori floreali delicati e note acidule di mela. Agile in bocca e disteso in lunghezza in una scia sapida, si abbina proprio bene con la merenda che Manuela e Romina ci hanno preparato: torta di riso e parmigiano reggiano.
Storicamente, nel 2003, al Bianco è seguita la produzione del Colline di Levanto Costa di Brazzo e nel 2011, con la modifica del disciplinare che prevede anche la produzione di un vino min. 85% vermentino, è stata la volta del Colline di Levanto Vermentino. 
Assaggiamo il 2018, in purezza. Vinificato in acciaio con 72 ore di macerazione a bassa temperatura per esaltare gli aromi dell’uva, profuma di biancospino, sambuco e mela golden. In bocca è di buon corpo, equilibrato nelle componenti fresco-sapide e morbide, perfetto con gli squisiti gattafin, ravioli ripieni di bietole (“erbette selvatiche, nella ricetta della tradizione”) con ricotta, uova e maggiorana, fritti apposta per noi da Manuela.
Infine il Colline di Levanto rosso Etichetta Nera 2017, blend di sangiovese, ciliegiolo e piccole percentuali di merlot, syrah e cabernet. Ha fatto un anno di barrique di primo passaggio. “Appena imbottigliato si sentiva l’effetto delle botti nuove, ma ora il legno è più amalgamato” 
Ha sentori di marasca, di piccoli frutti rossi e una speziatura ben integrata. Il sorso è fluido, ma denota struttura e tannino levigato. La scia sapida lo caratterizza come un rosso del mare, proprio come lo voleva Mario Bertolotto.
“Dopo la morte di papà avevamo chiuso con il concorso Douja d’Or, poi l’anno scorso abbiamo deciso di riprovare. Per un punto non ce l’abbiamo fatta, ma è come se avessimo vinto… Sono piccoli passi che ti spingono ad andare avanti, a crederci come ci credeva lui.“ 
Si conclude con questi propositi appassionati una visita-studio che va molto aldilà di un approfondimento tecnico sulla conduzione agronomica ed enologica di un’azienda vitivinicola. Manuela e Romina ci hanno conquistato con la loro affabilità, ci hanno circondato di premure, di familiarità, ci hanno fatto capire, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto dietro una bottiglia di vino ci sia soprattutto una storia di donne e di uomini. Di questo papà Mario ne sarebbe stato contento.


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