Il tris de Lo Triolet

AIS LA SPEZIA

Colli di Luni, 5 Terre, Colline di Levanto. Tre Doc che esprimono l'unicità del nostro territorio, tra mare e collina.

domenica 28 marzo

Federica Calzolari

La seconda tappa del tour attraverso le regioni alla scoperta dei vini premiati con il Tastevin AIS 2021 ci porta in Val d’Aosta, precisamente ad Introd, dove sorge l’Azienda Agricola de Lo Triolet, di Marco Martin, sull’Adret (il versante “diritto”), la sinistra orografica della valle centrale, solcata dalla Dora Baltea.

Davide Sacchi, di Ais Liguria, profondo conoscitore del territorio e dei vini della Vallée, introduce la “platea” di videoascoltatori, collegati con Google Meet, alla geografia della regione e alle tre aree vitivinicole che caratterizzano la viticoltura valdostana: l’Alta Valle o Valdigne, con l’eroica coltivazione del prié blanc finanche a 1200 m, la Valle Centrale, ampia zona di autoctoni e internazionali dove sono impiantati gran parte dei vigneti de Lo Triolet, e il fondovalle, la Bassa Valle, regno del picotendro, il nebbiolo valdostano.

Quindi Marco Martin inizia il suo racconto affascinante, interrotto, sollecitato o reso ancor più dettagliato dai numerosi interventi di Davide e dei partecipanti.

Premiato quest’anno con il Tastevin Ais per il suo elegantissimo Pinot Gris, a questo vitigno Marco è da sempre molto legato. La sua avventura di vigneron infatti comincia con un’intuizione un po’ casuale e un po’ spericolata: lavorava da soli tre anni nell’Amministrazione Regionale come tecnico nel settore vitivinicolo e non avrebbe mai voluto fare il contadino, ma, quando il nonno venne a mancare nel 1988, decise di reimpiantare la vigna di petit rouge che gli aveva lasciato, posta a circa 900 metri s.l.m., nel comune di Introd, con la varietà pinot gris; probabilmente mettere a dimora una varietà precoce avrebbe garantito una perfetta maturazione a quelle altitudini!

Nonostante avessi affrontato le prime produzioni con una tecnica non molto raffinata, il mio Pinot Grigio ebbe subito un ottimo riscontro; da qui il secondo vigneto, nel ’93. Parallelamente lavoravo in Regione, finché a poco a poco ho preso la decisione di diventare imprenditore e nel 2003 mi sono licenziato.”

La scelta di piantare pinot grigio si dimostra determinante per lo sviluppo dell'azienda: le 1000 bottiglie iniziali appaiono già lontane e i guadagni diventano investimenti. Così negli anni duemila Marco amplia la cantina e inizia a coltivare gamay e syrah. Poi riprende la tradizione di famiglia del vino Coteau Barrage (80% fumin, 20% syrah), quindi è la volta del Nus (vien de Nus e cornalin), che in passato vinificava il suocero nel comune di Nus. E poi, “perché prima o poi doveva arrivare…”, a 800 m, il nobile Pinot Nero.

Il 2005 vede l’impianto di gewurztraminer e di muscat, a 900 m, quindi produce il Fumin in purezza, il vallese Petite Arvine, il Pinot Gris elevato in barrique e l’Heritage, uvaggio di syrah e fumin che appassiscono 45 giorni prima di essere vinificati. Da quest’anno esce anche il Torrette (petit rouge, cornalin, fumin e premetta). Oggi la produzione è di 60.000 bottiglie.

Passo dopo passo, senza azzardi, Marco con passione e determinazione ha creduto in se stesso e nelle potenzialità del territorio e ha dato il via, insieme agli altri due enfant prodige Ottin e Anselmet - come li definisce Davide Sacchi - a una viticoltura di qualità.

Una produzione ampia e diversificata, “che caratterizza quasi tutte le cantine valdostane, perché varie sono le esigenze pedologiche e climatiche e ad ogni terroir bisogna associare un vitigno o un gruppo di vitigni.”

Ma il cuore è tutto in quel Pinot Gris con cui ha iniziato e a cui in qualche modo ha dedicato il nome dell’azienda: “Lo Triolet” (trifoglio in Patois, il locale dialetto) è nata nel’93, quando aveva nel vigneto tre cloni di questa varietà. Un Pinot Gris avvolgente che da allora continua a regalargli riconoscimenti e notorietà.

Marco ci parla dell’incredibile molteplicità dei suoli valdostani. La Dora, pronunciata con la O chiusa, solca la valle glaciale, che nella Valle centrale si allarga su terreni soleggiati morenico-alluvionali, sabbiosi, con un po’ di limo. Essi variano così tanto nella composizione da zona a zona e addirittura da vigna a vigna, da giustificare una grande diversità ampelografica.

I suoi vigneti sono situati nei comuni di Introd, Villeneuve e Nus, a un’altitudine che va da 600 a 900 m; lì il potere calorifico del sole è molto elevato grazie alla forte pendenza. Se poi uniamo il clima, con precipitazioni scarse, bassa umidità e grande luminosità, la costante ventilazione e le importanti escursioni termiche tra il giorno e la notte, il gioco è fatto!

Coltiva 5,5 ettari con grande rispetto della natura ed è l’artefice unico dei suoi vini, ma gli piace avere sempre un confronto con gli amici prima dell’imbottigliamento.

Quando gli viene chiesto se ha ancora quella sorta di soggezione rispetto ai Pinot Gris dell’Alto Adige, risponde che i continui riconoscimenti lo hanno incoraggiato a prendere consapevolezza del suo vino.

“La pianta, nel corso delle annate, si è adattata molto bene, tanto che oggi fare una verticale di Pinot Gris di 10 anni è un’esperienza emozionante” ammette poi, quasi con ritrosia.

“Il pinot gris ha trovato finalmente la sua dimensione in Valle d’Aosta?” qualcuno chiede.

“Be’, sono tanti i pinot grigio! Se andiamo in alto otteniamo vini di 14,2-14,5 gradi, ma con bella acidità ed equilibrio: è l’habitat giusto per vitigni precoci!”.

Ci tiene a ribadire l’influenza dell’altitudine. Certo, la pendenza comporta tanto lavoro manuale e impedisce la meccanizzazione; giusto una motocarriola cingolata che si aggrappa a quei vigneti verticali, ma i benefici sono tanti: meno malattie, pochi trattamenti, perfetta maturazione, bella acidità e ampi profumi.

E poi “sì, l’altimetria e il terreno sabbioso sono importanti, ma la mano di chi vinifica non è da meno. Fondamentale è l’interpretazione della vendemmia! Se sbagli di 2 giorni, nel pinot grigio, nel gewurztraminer e anche nel pinot nero, cade l’acidità e sale l’alcol!”.

La serata sta prendendo una piega familiare. Seppure lontani, paradossalmente, il mezzo digitale ci unisce. Marco Martin si sta rivelando un conversatore affabile e un viticoltore modesto: nonostante i numerosi premi non si è montato la testa.

Assaggiamo ora il Valle d’Aosta Pinot gris 2019, 4 viti e Tastevin Ais 2021, 14%. Affina per 6 mesi in acciaio. La polvere di grafite, l’agrume delicato, le erbe aromatiche con nuances balsamiche al naso; la vibrante tensione acido-sapida in bocca, la struttura e l’incredibile persistenza, con ritorni minerali, ne fanno un vino di indescrivibile raffinatezza.

Segue il Valle d’Aosta Pinot noir 2019, 3 viti Ais 2021, 14%. Il 65% affina in acciaio e il 35% in tonneaux per 10 mesi. Giovane espressione di pinot nero, profuma di fragranti frutti rossi. Minerale sia al naso che in bocca, ha beva fresca con tannino integrato e sapidità invitante, uniti a una leggera nota affumicata. Sottile e potente al tempo stesso.

Quindi il Valle d’Aosta Fumin 2019, 3 viti Ais 2021, 13.5%. Il 60% affina in barrique e tonneaux di rovere francese e il 40% in acciaio per 9 mesi.

Il vitigno è soggetto a peronospora ed è delicato in primavera, “però vale la pena coltivarlo. Va aspettato. È un vitigno tardivo e per dare un rosso strutturato deve maturare bene. E va usato il legno, ma non per farne un Fumin legnoso e troppo corposo.”

Rubino dai riflessi porpora, ha sentori di mora di gelso, speziati di pepe nero e chiodi di garofano e fruttati di ribes, mirtillo e prugna. Al palato è fresco, ha trama tannica vellutata e un bell’equilibrio. Il sorso risulta succoso, morbido e al tempo stesso rinfrescante.

Un tris di vini che esprime l’essenza del terroir valdostano: terreno, esposizione e soprattutto quota.

Un tris di vini che merita decisamente un applauso a microfoni aperti da tutti noi sommelier.

 




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