L'UMBRIA: IL VALORE DEL TEMPO

AIS LA SPEZIA

Colli di Luni, 5 Terre, Colline di Levanto. Tre Doc che esprimono l'unicità del nostro territorio, tra mare e collina.

mercoledì 17 aprile

Federica Calzolari

L’Umbria, dove morbide colline a ridosso dell’Appennino lasciano spazio a pianure poco estese attraversate da numerosi corsi d’acqua, è una terra apprezzata per la bellezza del paesaggio e dei suoi borghi antichi. “Ma il suo vino ha pochissima visibilità” afferma Gianluca Grimani, referente regionale Guida Vitae, che coadiuverà per tutta la serata Sandro Camilli, presidente dell’Ais Umbria e membro della Giunta Esecutiva Nazionale. Di qui la scelta di proporre un’Umbria vinicola dalla realtà sfaccettata e da leggere attraverso il tempo, per cogliere il carattere autentico, l’essenza dei suoi vini, anziché enfatizzare il blasone di qualche produttore.

 

IL TERRITORIO

Le colline che digradano dalla dorsale appenninica che si snoda da nord a sud nella parte orientale sono costituite da terreni prevalentemente calcarei e marnosi, originati dal deposito di sedimenti di origine continentale su fondali marini nel Pliocene (circa 7 milioni di anni fa).

Nella zona centrale troviamo invece terreni da sedimenti lacustri e torrentizi, rappresentati da argille con lignite, sabbie e ciottoli, infatti, al termine del Pliocene, prese forma il grande Bacino Tiberino, costituito da una serie di grandi laghi intimamente collegati, che attraversava tutta la regione.

Il settore occidentale dell’Umbria risente invece di una genesi successiva, dovuta all’emersione di rocce sedimentarie di origine marina: i suoli presentano argille, pochi carbonati, poco scheletro e moltissimi fossili.

Infine, dopo l’attività compressiva, nel Pleistocene, l’estremo lembo sud-occidentale della regione venne sollecitato da una attività magmatica legata all’apparato vulcanico dei Volsini. Qui incontriamo terreni tufacei, di origine vulcanico-argillosa, e alluvionali, con sabbia e limo, lungo il fiume Paglia. Sempre in questa zona, la successiva erosione dei terreni magmatici ha determinato la formazione di picchi rocciosi che oggi svettano sull’area circostante, come la rupe tufacea su cui è abbarbicata la città di Orvieto.

 

LE UVE

L’Alto Tevere non ha ancora espresso il suo potenziale, ma forse in futuro potrà dire la sua con il nebbiolo; nell’area centrale, a sud di Perugia, molto interessanti invece sono la ristretta zona di Torgiano, dove il sangiovese si esprime al meglio, anche se dà un vino meno tannico, più avvolgente e morbido del cugino toscano, e quella di Montefalco, dove si coltiva il sagrantino, conosciuto soprattutto nella versione secca e divenuto ormai simbolo dell’Umbria.

Uva fedele al carattere umbro è il ruvido grechetto, dalla grande vigoria.

L’area intorno a Spoleto è invece la culla di un vitigno “emergente” o, per meglio dire, recuperato e valorizzato, anche se presente dal 1979 in uvaggio nel Montefalco bianco Doc, il trebbiano spoletino, artefice di un grande vino bianco,

Si coltiva anche il gamay, una varietà di grenache piantata su terreni sabbiosi e leggermente argillosi, che dà vini piuttosto semplici, non destinati all’evoluzione.

E nel triangolo Terni, Narni e Amelia la produzione del ciliegiolo dà vini stilisticamente impostati sul concetto di sottrazione, non molto concentrati.

Infine drupeggio e verdello, usati in uvaggio nell’Orvieto Doc, la vernaccia nera, da cui si ricava un vino dolce da appassimento, e la malvasia.



I VINI

Spumante Metodo Classico “Gran Cuvèe” Collezione 2006 – LA PALAZZOLA 

(Pinot nero 80 %, Chardonnay 20%)                    

Vascigliano di Stroncone, TR – terreno marnoso-argilloso con presenza di scheletro

L’Azienda ha una produzione che spazia dal Metodo classico ai bianchi fermi, ai vini rossi, agli apprezzatissimi passiti.Negli anni ’90 produceva soprattutto rossi da taglio bordolese, poi Stefano Grilli, il proprietario, enologo vulcanico ed eclettico, ha cominciato a sperimentare uve e tecniche di vinificazione, in una continua ricerca creativa mai adagiata sugli standard. I suoi Metodo Classico ora sono prodotti con metodo tradizionale classico ancestrale e maturati lungamente sur lie.

Giallo oro dai rimandi ramati, attrae per luminosità. Il perlage è sottile, “fatto marginale” sottolinea Grimani, “vista la decennale sosta sui lieviti”. Complesso l’olfatto: il frutto giallo in confettura, l’ananas disidratato, i sentori di oli essenziali danno un’impronta orientale, unitamente alla balsamicità delle erbe e del fieno aromatico secchi e all’accenno di arachide. Note confettate e di pasticceria secca. In bocca è pieno, cremoso, ma poi l’effervescenza si accende, vivace è la freschezza e cresce la nota sapida che delinea il finale. Si passa dall’avvolgenza del frutto alla sapidità, con una pennellata di amaricante in chiusura.

Ha i toni della grande evoluzione, ma in bocca l’acidità sferza il sorso.

 

Orvieto Classico Superiore “Campo del guardiano” 2007 – PALAZZONE 

(Procanico 50%, Grechetto 30 %, Verdello, Malvasia e Drupeggio 20%)                    

Orvieto, TR – terreno argilloso con infiltrazioni vulcaniche - 260 s.l.m.

Giovanni Dubini dagli anni ’80 studia l’areale viticolo orvietano per comprenderne la vocazione a dare vini longevi, con l’intenzione di riportare di attualità un vino ricco e di lunga gittata che qui si produce dai tempi degli Etruschi. Palazzone si è fatta interprete di questo luogo e ne ha evidenziato l’essenza con i suoi vini generosi, emancipandoli dalla recente immagine di vini sottili e freschi dalla beva immediata. Vinificato in bianco a 20° C, il “Campo del guardiano” 2007 sosta 6 mesi sui lieviti e viene affinato 30 mesi nelle cantine scavate nel tufo che garantiscono condizioni termiche e di umidità perfette. La singolarità è che è fermentato solo in acciaio. Ed è straordinaria la sua tenuta nel tempo.

Giallo dorato irradiato da una vivida luminosità, ha la densità della sua ricchezza estrattiva. L’impatto olfattivo subito pare sottile, per poi allargarsi in un floreale di tiglio e in un fruttato di pesca nettarina, buccia di mela e di pera e in un accenno di melone bianco. Quindi sentori marini di acciuga sotto sale e salmastro. Lieve la sfumatura di tè. In bocca entra voluminoso e avvolgente, ma subito, per sapidità e freschezza, si fa dinamico e persistente.

Un vino che non nasce esile, longilineo, ma ha struttura, personalità tale da affrontare carni bianche o baccalà. È il suolo che passa da sedimentario a vulcanico che lo delinea, così come i diversi microclimi nelle vigne. Questo è l’Orvieto!

 

 

 

Umbria IGT “Adarmando” 2016 – TABARRINI  (Trebbiano Spoletino)  

Montefalco, PG – terreno limoso-argilloso di origine lacustre

Tabarrini produce vino da quattro generazioni, ma è Giampaolo che ha impresso la svolta alla fine degli anni ’90 all’azienda di famiglia. Accanto al Sagrantino, questo Umbria IGT è la realizzazione di un sogno: produrre un grande bianco a Montefalco con un vitigno tanto antico quanto poco valorizzato, il trebbiano spoletino. Vinificato in acciaio per 25 giorni, dopo una vendemmia tardiva congeniale a quest’uva, è l’esaltazione della bacca, capace di donare al vino colore, profumi, acidità, corpo, aromaticità e belle sensazioni gustative dopo la maturazione di 12 mesi sulle fecce fini.

Giallo dorato, è smagliante ed esprime la sua vitalità. Si muove sinuoso nel calice e mostra ricchezza di estratto. Al naso ha un’intensa carica aromatica: papaia disidratata, frutto della passione, mango e poi note polverose di cipria, pastello, un ricordo della sosta sui lieviti. Affiorano essenze naturali, un irruente fiore giallo carnoso, che si confondono con suggestioni minerali di sassi e di terriccio, di sottobosco. Complessità ed esuberanza olfattiva fanno da contraltare all’avvolgenza calorica, che asciuga la massa e lascia spazio alla sapidità, e poi all’acidità. Ha ampio volume. Si allunga interminabile in una scia minerale, contrappuntata dalla nota morbida del calore.

“È un rosso!” chiosa Grimani. “Ha grandi potenzialità e soprattutto rappresenta l’essenza di un bianco umbro, un grande vino che sfida il tempo.” sottolinea Camilli.

 

Torgiano Rosso Riserva “Rubesco Vigna Monticchio” 1997 – LUNGAROTTI

(Sangiovese 70%, Canaiolo 30%)                    

Torgiano, PG – terreno argilloso, limoso, sabbioso.

L’Azienda è stata lo spartiacque tra la produzione di rossi beverini e vino sfuso e quella di vini di eccellenza, tanto che nel 1968 fu istituita la prima Doc umbra con il Torgiano bianco e il Torgiano rosso. Giorgio Lungarotti, dopo gli studi di agraria, viene chiamato ad affiancare il padre nella conduzione agronomica di un grande appezzamento coltivato a mezzadria, pratica che peraltro era in decadenza. Decide così di produrre solo vino, vino di qualità, e abbandona le altre colture. Sceglie il Sangiovese e lo pianta in quella che oggi è la Vigna Monticchio. Con quale filosofia? Quella insita in questo vitigno: durare nel tempo. La scelta si rivela azzeccatissima e nel 1990 il Torgiano rosso Riserva acquisirà il riconoscimento Docg.

Rosso granato di spiccata luminosità nonostante i 20 anni di età. Al naso un intenso melange di sentori evolutivi, leggero cuoio e fruttato di marasca, mora e mirtillo. Accenni di noce moscata e cannella. Il fondo è di impronta un poco animale, di carne concia. Poi emergono note di tamarindo e di radice di liquirizia, quindi erbe officinali, mentuccia. In bocca è leggiadro, proporzionato; dopo la deglutizione la scia aromatica si fonde con la sensazione tattile. Il tannino è cesellato. L’acidità ancora vibra, a sostenere il volume di questo vino più fresco e agile che potente. Il lungo finale è emozionante.

 

Montefalco Sagrantino “Arquata” 2005 – ADANTI 

(Sagrantino)                    

Montefalco, PG – terreni argillosi compatti ricchi di calcare

Gran parte dei successi di questa cantina nata nel 1970 è legata ad Alvaro Palini, lo storico cantiniere.  Emigrato da Bevagna (PG) per far fortuna come sarto in Francia, era rimasto diciotto anni a Parigi lavorando nell’alta moda. Tutte le volte che ritornava in Umbria discuteva col suo amico Domenico Adanti, il quale un giorno, dopo un’ennesima censura del suo vino, invitò il Palini a provare lui stesso a vinificare un sagrantino secco come si doveva! Il sarto accettò. Lavorando nel lusso aveva assaggiato vini eccellenti e aveva affinato il gusto, però non possedeva alcuna competenza tecnica! Conosceva il Sagrantino, perché da bambino col nonno aveva sempre battuto le vigne e visto potature e vendemmie, ma non poteva definirsi certo un esperto. Così, alla ricerca dell’equilibrio tra tannino, acidi e frutto, cominciò un diradamento dei grappoli ante litteram. E questa scelta pagò; nel 1980 nacque il primo Sagrantino di Adanti che rispecchiava la visione del Palini di un vino territoriale dal profilo fine ed elegante.

Rubino intenso, dalla trama serrata, con riflessi evolutivi granato. Al naso l’incipit è di frutta nera matura, gelatina di mora, frutti di bosco in confettura. Poi polvere di cacao e lieve speziatura di cardamomo e bacche di ginepro. Sentori terrosi di sottobosco e humus, quindi leggera tostatura di caffè. Infine si affacciano cuoio e note ematiche. In bocca entra morbido, ricco, e il tannino si distende, poi si fa strada il vegetale e l’alcool fa retrocedere la spinta tannica. Il tannino interagisce con la sapidità nel fondo bocca e una leggerissima salvifica salivazione lo rende duttile. Alla fine il sorso risulta piacevole, caldo, fruttato, privo di astringenze o sfumature amare.

 

Orvieto Classico Superiore Muffa Nobile “Calcaia” 2013 – BARBERANI

(Procanico, Grechetto)                    

Baschi, TR – terreno sabbioso-argilloso

Nicolò e Bernardo Barberani oggi seguono le orme del padre Luigi, che fu l’antesignano del vino dolce italiano più particolare, il Muffato, o Muffa nobile. Perché in questa zona? A ottobre, intorno al Lago di Corbara, al primo comparire del sole autunnale le nebbie, che avvolgono i grappoli nelle prime ore del mattino, si diradano: microclima ottimale per l’attacco della botrite.

Oro intenso, luminoso. Placido e rilassante il movimento nel calice: è la ricchezza glicerica e zuccherina. Miele d’arancio, lavanda, finocchietto nella sua fioritura, fieno aromatico, mela al forno, uva sultanina, caramella d’orzo. Leggero il richiamo della muffa. In bocca il viaggio gustativo è lento: arretra la nota zuccherina e diventano più presenti la sapidità e la freschezza, in un gioco di rimandi tra sensazioni minerali e ricordi muffati.

La suadenza di questo intrigante “Calcaia” è la giusta cesellatura per questa memorabile degustazione; la platea appare soddisfatta nell’aver colto la valenza sensoriale del concetto di longevità direttamente dal bicchiere, non già da una lezione teorica sul “tempo del vino”.

Chiare, dunque, le conclusioni: la longevità spesso è il frutto di un progetto a lungo termine di vignaioli appassionati della loro terra e delle sue tradizioni; è il risultato di un lavoro paziente di ricerca sul vitigno e sulla sua interazione con l’ambiente pedoclimatico; altre volte è figlia di un terreno particolarmente vocato che il produttore deve solo assecondare, permettendo alla vigna di esprimere al meglio il suo imprinting.

La longevità insomma va ricercata, ambita, traguardata, con l'obiettivo di rimandare nel tempo l’emozione dell’assaggio perché diventi davvero straordinaria.


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