Degustazione Vini Abbazia di Novacella

AIS IMPERIA

L'estremo ponente ligure, un minuscolo scrigno di piccole perle tipiche ed esclusive, nel panorama vitivinicolo nazionale.

giovedì 4 aprile

Simone Parisi

La Valle Isarco. E si immaginano le Dolomiti, le affumicature lente, il Brennero, i costumi SudTirolesi, e L’ Abbazia di Novacella. Un percorso mentale piuttosto diretto e strettamente collegato alla lunga storia, più che lunga: secolare. Per Sei mesi non si tratta della cantina più longeva d’Italia (titolo che spetta al Chianti ed al Barone Ricasoli) ma poco importano i record da semplici annali e fugaci citazioni, conta sapere di avere una tradizione che parte dal 1100 ed arriva diretto al bicchiere stretto tra le dita.
Ci accompagna un giovane Direttore dinamico ed entusiasta: Elias Holzer che proprio nelle sale dell’Abbazia diventa Sommelier AIS prima di intraprendere il viaggio nella “WSET School London”. Ci illustra un territorio variegato composto dei 39 gradi estivi della piana di Bolzano fino ad arrivare alle vertigini impervie ed eroiche dei terrazzamenti della Valle Isarco, escursioni termiche continue e l’aria fina delle Alpi, come dei venti temperati che salgono dal Garda fino ai 400 metri della frazione Cornaiano,ad Appiano, per pulire e stabilizzare quell’equilibrio sottile e, spesso, impercettibile che si chiama Pinot Nero.
Il focus territoriale che abbraccia le eccellenze a bacca bianca di questo lembo settentrionale d’Italia è il filo conduttore che accompagna le prime quattro degustazioni: un Sylvaner che graffia prima di aver rilasciato quelle sue piccole grandi nuances polpose e fini stratificate tra frutta gialla appena matura e primi richiami esotici che nella gioventù del 2017 fanno appena capolino come appena percettibile il residuo zuccherino mai fastidioso (2 grammi circa), poi Gruner Vertliner, verde come dice già il suo nome in lingua tedesca, spicca una lama finale discretamente lunga, profonda ed un ritorno gusto-olfattivo molto seducente firmato mela verde, discorriamo con Elias sull’abbinamento che potrebbe eccellere con un crudo del nostro Mar Ligure. E poi il Kerner, quello “strano” incrocio tra Lagrein e Riesling che colpisce tutti. Mi sento solo di puntualizzare la presunta facilità, mi pare di sminuirlo, perchè è facile, semplice, ciò che è chiaro, non quello che è elementare. E chiari son tutti i riconoscimenti con quei piccoli aspetti citrini a far cornice alle frutte polpose e croccanti del lampone, dell’albicocca, della mela verde matura, chiaro il suo incedere speziato di pepe bianco e chiara quella fogliolina di menta. Semmai il pensiero corre verso metà del suo DNA e si cercano quei precursori di idrocarburi che farebbero si che l’aspetto olfattivo da complesso si trasformi in infinito, compaiono appena quando si scopre una leggera fumosità, come le scorze dell’arancio appena messe sul gas a profumare. E l’acidità netta, questa volta uno scalino in fondo alla lingua.
Manca ancora il Riesling, clone Renano. E la gioventù si compone scoprendo che c’è tutto quello che ti aspetti da un vino che nell’annata 2017 si aggirava intorno ai 7,3 di acidità. Ma tutto deve ancora esplodere giustamente, traspare già un carattere completo e seducente soprattutto nel suo essere Secco, preciso con piccole nuances vegetali e floreali dove scopro un bellissimo glicine.
E discorriamo ancora con Elias di come il mercato chieda sempre troppo spesso il vino dell’annata senza saperlo aspettare, senza saperlo gustare davvero in tutte le eccellenti peculiarità che solo il giusto affinamento donerebbe.



Attacchiamo il Pinot Nero. Profondo persistente ed allo stesso tempo “leggero” e fine come un Pinot Nero dev’essere. Siamo in un altipiano appena temperato, il vento del pomeriggio pulisce ed accarezza i grappoli. Subito i frutti rossi del sottobosco, escono le primissime spezie, un piccolo ricordo di fragola ed una bella prugna. Soddisfa davvero.
Il Lagrein con quel suo incedere tannico, preciso e quel suo finale amaricante non terminano la degustazione. Manca una chicca che Elias ci regala con sommo piacere reciproco: scopriamo la linea Praepositus del Moscato Rosa! Secco. Deciso. Lunghissimo. Nessuna surmaturazione nessuna vendemmia tardiva, solo tutto quello che un vitigno così elegante sa dare, non si può nemmeno definire davvero, perchè tutti i grandi fantasisti giocano tra le righe della difesa avversaria e non danno punti di riferimento, ma sanno essere la poesia del gioco d’attacco di ogni squadra di calcio. Siamo fuori dal Ristorante Playa Manola con Augusto Manfredi ed un Nostrano del Brenta, esce per primo il vecchio amico Danilo Pinasco con la figlia fresca corsista Primo Livello, Parliamo delle degustazioni, arriva il turno del Moscato Rosa: STU LI U L’E’ TALMENTE BUN CHE MI L’ABINEREVA SULU CU-A-ME BUCA. E lascio che sia il suo dialetto ponentino di Cipressa a descrivere quest’ultima emozione gustativa.
E ringrazio Ezio Bergamini e Alessandro Gasloni sommelier di servizio, Brigida Bosio, perno della delegazione di Imperia Ivan Lombardi ed il suo staff, e ringrazio Elias Holzer sperando che il suo essere portiere di una squadra di calcio non incontri nessun fantasista tra le linee come lo fu Zigoni nel suo Verona, ma che continui ad amare così la fantasia di questo Moscato Rosa, come il suo territorio, come la sua professione.


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